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Torna a casa Lessie: il valore dei commenti

Sarà perché è tempo di mare e si pensa ancora al piacere dei ristoranti sulla spiaggia che ho una frase per la testa: “I signori vogliono stare fuori o dentro?”. Se escludiamo la domanda del cameriere del ristorante estivo, questa potrebbe essere una questione adatta ad un digital strategist. Sì, perché è necessario decidere dove mettere i commenti di un blog, come in un ristorante: all’interno, dove la gente si conosce e crea comunità o fuori dove le persone possono essere viste e stuzzicare i passanti e nuovi potenziali clienti? Avere commenti fuori o metterli dentro il proprio CMS fa la differenza.

Sicuramente bisogna essere chiari e dire che le informazioni oggi sono vendute a poco prezzo. O ancora, sono gratuite. Ne sanno qualcosa i direttori dei giornali che hanno deciso di sbarrare l’accesso ai propri siti di news e permettere la lettura solo grazie ad un pay wall: basti pensare al Corriere della Sera in versione mobile e comunque non sempre i risultati sono eccellenti (un giornale americano lamenta l’iscrizione di sole 35 persone in tre mesi alla versione a pagamento). Le notizie, insomma, si spargono per la Rete ad una grande velocità, vuoi per gli sneezer di Godin vuoi per un passaparola più orizzontale.

Va da sé che creare contenuti di grande qualità è una caratteristica fondamentale se si vuole avere del seguito sulla Rete. Ma a questo punto nasce una domanda a cui è difficile dare una risposta: dopo aver creato contenuto con il sudore delle meningi è opportuno spargerlo nella Rete senza ritorno al blog? Certamente, l’amplificazione del contenuto è fondamentale per portare a conoscenza più persone possibile delle idee che si sono partorite. Ma poi arriva il bello: il commento. Se si ricopre il proprio sito di bottoni di share, like, e chi più ne ha più ne metta, siamo sicuri di non perdere valore?

Nelle strategie di comunicazione dei social network, se ci si focalizza nella diffusione del contenuto senza programmare una strategia di ritorno al sito non si perde community? Questa è la grande domanda che mette il contenuto contro la community. La comunità è per definizione un aggregazione di persone che hanno qualcosa in comune, un riferimento. E se si parla di contenuti l’aggregatore dovrebbe essere il sito che produce idee. Eppure i commenti stanno nei social network e i contenuti nei blog: c’è qualcosa che non quadra!

Senza contare poi che le piattaforme cambiano e si moltiplicano alla velocità della luce: avete mai sentito parlare di Google+?

Ma a questo punto qualcuno potrebbe dire che promuovere la diffusione dei contenuti di un blog attraverso i social network è fruttuoso. Promuovere, far conoscere sembrano le soluzioni. E anche una ricerca di ComScore conferma che i social aiutano i giornali ad avere più visite sul sito. Ma poi? Come ritornano i commenti sul blog? La soluzione sembra essere l’engagement, il coinvolgimento. E credo che non sia una questione di piattaforma o di soli tool. Coinvolgere le persone è qualcosa che non può prescindere dall0 Human Touch e – ancora una volta – la tecnologia è uno strumento. E voi? Quale strategia vi sembra più adatta per portare valore ai vostri contenuti?

Quando è il momento di una ricerca crowdsourcing

Vi serve un focus group tradizionale o può essere piú utile una ricerca crowdsoursing? Per avere informazioni sugli insight, per conoscere un nuovo mercato, per creare un prodotto che soddisfi i vostri fan e che magari ne attiri di nuovi, una ricerca di mercato è quello che ci vuole. Ma quale tipo di ricerca scegliere?

La creazione di una community per collaborare alla nascita di nuovi prodotti o per svolgere ricerche di mercato è un’opzione che si sta affacciando sulla Rete. Per le agenzie, per il marketing delle brand, per le concessionarie di pubblicita, la voce della collettivitá può esserere più veloce e piu economica delle ricerche tradizionali. Certo, la bontà dei risultati dipende da cosa state cercando, non sempre funziona la folla, ma ci sono casi in cui cercare fra chi è interessato ad un prodotto è meglio che cercare risposte fra tutta la popolazione.

Alcune aziende hanno creato delle piattaforme per coltivare una community e per scambiare valore: una delle piú interessanti è www.crowdtap.com, la community di “brand influencer”. La piattaforma permette di far incontrare le brand e il loro target e dunque scambiare opinioni, informazioni sui prodotti e ottenere dei premi.

Un’altro interessante strumento di indagine delle comunitá online é il Digital Safari. Se è vero che lo studio del comportamento delle persone, dei loro gusti e preferenze è fortemente legato all’ambiente, allora è fuori dai focus group che la ricerca andrebbe fatta. Ed ecco l’osservazione dei comportamenti nel contesto reale. La ricerca viene fatta registrando le scelte delle persone sullo schermo: cosí che le brand possano migliorare la comunicazione o i prodotti.

Per la creazione di innovazione grazie ad una community, c’é un altro esempio di strumento che si propone di evitare costose ricerche e di dare la parola alle persone: é www.bulbstorm.com: mette in comune idee (da qui il logo con la lampadina) e crea community a seconda dei progetti permettendo alle persone di scambiare insight e consigli, con anche il feedback da parte delle aziende.

Non sempre una ricerca crowdsourcing é quello che ci vuole. Fa per voi se avete budget piccoli e se vi interessa analizzare uno specifico segmento. Va subito specificato che una crowd-ricerca non è in grado di sostituire in toto una ricerca tradizionale, proprio perché è impostata in modo diverso. Detto questo, è vero che le crowdsourcing sono un utilissimo strumento complementare.

La caccia di insight nel web ha i suoi limiti e i suoi punti di forza. Sicuramente il problema della rappresentatività è da tenere presente: oggi solo il 50% degli italiani è online e il 28% dei compatrioti fa parte del web 2.0 quello che partecipa e non ascolta solamente, per intenderci. Ma il vostro prodotto interessa il 100% della popolazione italiana? Se state cercando trend nascenti, i social network sono il luogo adatto a voi. Segnali deboli, allo stato iniziale, sono quelli che interessano i cool hunter e gli innovatori. Raccogliere segnali è dunque fondamentale e blog, forum, wiki – più ancora che Facebook e Twitter dove più che ai contenuti si bada all’interazione – sono i luoghi dove si possono trovare insight spontanei (ma poi bisogna saperli interpretare). Un’altra caratteristica delle ricerche online è la velocità: se si sta cercando una velocissima risposta ad una strategia, ad un insight, allora il web da’ risposte veloci e utili per correggere il tiro.

Barbie ama Ken. Che ama Ben

 

 

 

Pensate sia passato il tempo in cui giocare con le bambole era divertente? Sbagliato. E’ il momento perfetto per farlo. Almeno per coloro che si occupano di comunicazione! La Mattel, l’azienda della Barbie e di Ken, ha creato la campagna integrata per rilanciare le due famosissime bambole sui social media e per presentare il nuovo  ”Sweet Talking Ken”. Barbie, la bambola più bionda del mondo, può vantare oggi la bellezza di quasi due milioni di “Like”. Ma come ha fatto la biondina a coinvolgere così tanto pubblico direttamente sulla sua pagina Facebook (ma anche Twitter e You Tube, Forsquare e Flikr)? Con una notizia bomba: dopo 50 anni insieme, la storica coppia Ken-Barbie si divide! Oppure no? L’esito lo hanno deciso i fan della pagina di Barbie. Ma nulla è cambiato, non preoccupatevi: grazie ai voti sono tornati insieme. Ma, forse, il motivo principale del grande ritorno della coppia sono tutte le dolcezze che Ken ha pensato per riconquistare la sua bella. Un esempio? Ken (ok, va bene; il reparto Comunicazione e Marketing della Mattel… lasciatemi credere un po’ al sogno, accidenti!) “ha creato” per Barbie una tortina dedicata per S. Valentino con un messaggio: “Sei l’unica bambola per me” (disponibile per tutti con un intelligente co-marketing nei Magnolia Bakery di New York). La campagna è davvero integrata e il media mix impressionante: la storia esce dai social Network e approda nella vita reale. Ai fan si offre una vera e propria esperienza che nasce sui Social Networks e continua – in modo molto reale – in una pasticceria, ma anche sui giornali (Ken “ha acquistato” intere pagine di settimanali americani per chiedere a Barbie di tornare) e per la strada (ci sono state anche affissioni in giro, fra gli altri, per Las Vegas, New York). In questo modo le bambole diventano ancora più reali e l’interazione con loro è ad un clic: i commenti infatti, raggiungono numeri incredibili: 500 commenti e 1000 like! Ma la campagna non si ferma qui: c’è anche il reality “Genuine Ken” che mira a trovare il perfetto fidanzato americano con l’aiuto di Hulu (visibile solo negli States). Ma perché Barbie e Ken si sono lasciati? Secondo un attivista per i diritti gay(@benluvsken), Ken sarebbe innamorato di un certo Ben Collins. Ed è per questo che ha lasciato la biondona: ora sarebbe il momento di fare outing e di dichiarare al mondo l’amore per Ben. Se volete aiutare il disperato Ben a dimostrare che l’amore tra lui e Ken “è vero e non è un amore di plastica”,  cliccate sulla loro pagina! La pagina di Ben&Ken dimostra che la campagna è così ben riuscita che già ha trovato qualcuno che ha utilizzato il concept creativo per scopi che non erano quelli voluti dal marchio. Questo è il pericolo -ma anche la grande occasione – che permette ad un marchio di diventare virale, viralità significa anche perdere il controllo su quello che succede al logo, ai personaggi, ai prodotti. Siete pronti a gestirlo?